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11-12\05\2024 CABANYAL: BENVENUTI NEL BARRIO

11.05.24

La mattina, corsa di routine con Axel, ormai anche lui sta prendendo il ritmo. Poi colazione e riposo. Avevamo in mente di pedalare fino alla Città della Scienza, ma il cane ci ha bloccato. Il maledetto trasportino è un incubo, e Axel lo odia più di un veterinario con le mani fredde. Abbiamo rinunciato. Non vogliamo sentirlo guaire come se lo stessimo sgozzando. Quindi, presto metteremo quel dannato trasportino in vendita. Arriviamo alla Città della Scienza dopo 1 ora di cammino e ci accoglie un colosso di cemento e vetro, un parco giochi per gli occhi e la mente. Questa “città” comprende l’Oceanografico, il più grande acquario d’Europa, dove puoi vedere animali marini prigionieri di un sogno infranto di libertà. Il Museo della Scienza, un museo interattivo con giochi ed esperimenti che ti fanno sentire intelligente toccando pulsanti e guardando luci lampeggianti. L’Hemisfèric, un cinema a forma di occhio che ti guarda giudicante mentre guardi film in 3D e 4D. Il Palau de les Arts, che sembra un’astronave aliena atterrata per sbaglio, ma racchiude il teatro dell’opera. L’Umbracle, un giardino con piante e fiori racchiusi in una lunga striscia di cemento con archi. E infine, l’Ágora, uno spazio enorme per eventi speciali come concerti e mostre. Proprio qui, al tramonto, ci sediamo sul prato. Una cover-band sconosciuta suona. Il perro non apprezza la musica, ma si rilassa. Siamo felici. Il buio arriva e torniamo a casa, parlando di tutto.  Il tempo in questa città sembra scorrere più veloce, facendoci sentire come se potessimo viverci. Iniziamo a progettare il futuro, annotando idee e piani. Tuttavia, per ora, queste rimangono solo astrazioni, poiché ci attendono ancora molti mondi da scoprire e non vogliamo limitarci in questo momento.

12.05.24

Incontrare gente in giro per la Spagna, scambiarsi opinioni, sembra una bella idea, no? Così decidiamo di provare questa esperienza. 

Il sole pende basso sulle strade polverose del Barrio Cabanyal, la sua luce declinante getta lunghe ombre sul marciapiede crepato. Abbiamo organizzato di incontrare, in questo angolo di Valencia, una coppia italo-albanese, entrambi sulla soglia dei quarant’anni, con un figlio adolescente. Ci inviano le coordinate di un terreno sterrato, assicurandoci che fosse sicuro, che l’area fosse popolata da camper e che si preoccupavano poco dei furti. Arrivati, ci ritroviamo in un parcheggio sporco di fronte a palazzine fatiscenti. Benvenuti nel degrado. 

La zona non ci convince, ma quasi subito ci raggiungono i due personaggi. Lui, un ex operaio di una ditta farmaceutica, e lei, colpita dalla sclerosi multipla. La loro storia, in molti aspetti è simile alla nostra, qualcosa li ha spinti a prendere un Hymer del '81, a imbarcare il figlio e partire. L’obiettivo originale era raggiungere una città vicino a Malaga, ma qui erano rimasti fermi “a causa” del figlio. Sembrava che il ragazzo avesse amato così tanto la città da supplicarli di restare. Dicono che è meglio fare queste cose con un figlio già adolescente, in grado di capire le scelte, mentre i neonati sono incoscienti. Ma noi non siamo d’accordo con questa filosofia. 

Seduti in un caffè, i due ci raccontano la loro storia con un’aria di confidenza che sembra fuori luogo. Lei, ha trovato impiego come commessa in una pizzeria. Lui, si guadagna da vivere come imbianchino. Entrambi lavoravano in nero. I ritmi sono lenti, le pause sacre, e gli imprevisti vengono accolti con un disinteresse quasi rassegnato: “No pasa nada”. Ma c’è qualcosa che non quadra nel loro modo di parlare, nelle risate forzate e nei sorrisi troppo ampi, si nasconde una verità sottile che non sapremo mai. Ci fanno domande mirate, ascoltando solo ciò che vogliono sentire. Il loro ego, come un’onda inarrestabile, ha travolto ogni conversazione per due ore. E quando la loro carta di credito ha misteriosamente smesso di funzionare, siamo stati costretti a pagare noi. “Offrono i ragazzi”, ha detto lui, senza nemmeno chiederci il permesso. Senza scuse, senza rimorso. E' stata la sua decisione, e noi non abbiamo potuto far altro che accettarla. "Domani offro una birra” aveva detto, con la stessa indifferenza di chi sa di aver vinto. Ma non è una questione di denaro, è il gesto, la sfacciataggine di chi si sente al di sopra delle regole. Hanno cercato di manipolarci, di perseguire i propri interessi, e quando si sono resi conto che oltre ai due caffè non avrebbero ottenuto altro, si sono accontentati. Siamo caduti nella trappola come principianti. Avrei voluto vederli seppelliti nella vergogna, ma se ne vanno con la promessa di un altro incontro per l'indomani, nella "piccola Venezia" di Valencia.

La situazione sussurra “fuggi”, ma la sfida ci trattiene e ormai è tardi. Altri camper occupano la strada. Intorno a noi ombre di persone che sopravvivono. Facciamo un giro per il lungomare, la folla densa come una processione ci travolge. I bar pieni, le spiagge affollate, la musica echeggia ovunque. La vita pulsa. Esploriamo il quartiere, una zona residenziale e un cantiere all’aperto. Le strade erano scoperchiate, lavori in corso in vista della stagione. E così, tra il salmastro e la confusione, ci ritroviamo a meditare su quello appena successo e sulla lezione imparata. La nostra prima esperienza si è rivelata un fallimento. 

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