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13-14/06/2024 PANICO E PAURA A GRANADA

13\06\2024

Granada, l’ultima danza. Ci svegliamo con quella sensazione strana, come se il destino ci stesse dicendo di filarcela. La città si contorce tra le sue strade tortuose, come una vecchia amante che ti ha dato tutto e ora ti chiede di andartene. Ma chi se ne frega, pensi, mentre ti prepari per avventurarti per un ultimo saluto. Le stesse strade, i soliti monumenti, i negozi che vendono souvenir inutili. Tutto un déjà vu, come una canzone che hai sentito mille volte e che non riesci a toglierti dalla testa. Incontri di nuovo quei signori del giorno prima. Riconoscono Axel e si avvicinano per fargli qualche coccola. “Ehi, Axel!” dicono, e tu sorridi. Scambi due parole con loro, ma sai che non li rivedrai mai più. Non importa. Le persone vanno e vengono, come le stagioni. La sera arriva, ci dirigiamo verso l’Albaicín, il quartiere che ci ha stregato fin dal primo momento. Ma stavolta non ci fermiamo. Continuiamo a salire, sempre più in alto, fino al quartiere Sacromonte, famoso per le cuevas, le grotte scavate nella roccia, ora sono musei e locali di flamenco gitano. La “Zambra”.
In cima troviamo l’Abbazia del Sacromonte, che si erge sulla collina di Valparaíso. Da lì, la vista sull’Alhambra e sull’Albaicín è ancora più mozzafiato. Le leggende dicono che molti nobili arabi nascosero i loro tesori sul monte dopo la Reconquista. Gli schiavi liberati scavarono le grotte nel tentativo di trovarli. Chissà se ci sono riusciti. Forse i tesori sono ancora lì, sepolti sotto la terra, insieme ai sogni di chi li cercava.
Il sole si tuffa dietro l’Alhambra, e la città si accende di rosso e arancione. È uno spettacolo che ti fa dimenticare tutto il resto. Seduti sul muretto dell’Abbazia, con Axel che fa il cascamorto tra la gente, davanti a noi uno shooting di un matrimonio giapponese. Torni al camper, e lì la serenità finisce. Il quartiere non è proprio una cartolina. Giovani ubriachi urlano dalla palazzina accanto, lanciano tappi di birra come proiettili. Ci prepariamo per una fuga, nel caso la situazione degeneri. Ma alla fine, verso mezzanotte, le acque si calmano. Decidiamo di rimanere, consapevoli che passeremo la notte in bianco.


14\06\2024

Ore 3 del mattino, l’insonnia mi tiene compagnia mentre il mondo dorme. Un’ansia strisciante mi avvolge, come se qualcosa stesse per andare storto. I sensi in allerta, sento un fruscio e un rumore metallico. Mi alzo, vado in bagno e guardo fuori dalla finestra.

Lì, ci fissiamo negli occhi. Un tizio sconosciuto, di mezza età. La scena dura un’eternità. Lui alza le mani, come a dire “scusa, ci ho provato, me ne vado, non fare casino”. Che coraggio. Tentava di rubarci le bici. Sveglio Chiara, ci armiamo di spray al peperoncino e facciamo un po’ di casino. Apriamo la porta e buttiamo fuori Axel. Inizia ad abbaiare, ma è mezzo addormentato, non ha sentito nulla. Cane da guardia, dicevano.  Non c’è più nessuno. Controlliamo che tutto sia a posto, chiudiamo la baracca e ce ne andiamo. Ma non prima di sentire urlare “yallah yallah” dalla finestra della palazzina dietro di noi. O forse era solo un verso onomatopeico senza senso.
Direzione? Il primo posto dove fermarsi e capire dove andare, il più lontano possibile. Cinquanta chilometri dopo, ci ritroviamo a Motril, in un parcheggio sterrato vicino al parco de Los Pueblos De America. Una tappa indecisa, ma nella fretta sembrava la più fattibile. La Sierra Nevada e i suoi pueblo blanco? Un capitolo chiuso. La fantasia è passata.
Siamo soli, sono le 4:30 del mattino. Parcheggiamo e controlliamo le bici. Sono ancora lì; cascasse il mondo, non me le ruberanno mai! Dal primo giorno le curo, anche se non valgono dieci euro insieme. È una questione di principio. Il tipo ha solo sganciato un gancio del telo copri bici, stava provando a slegare la cinghia, ma neanche un professionista ci riuscirebbe senza fare rumore. Per paura che volino via mentre guidiamo, abbiamo fatto un lavoro di ingegneria dietro. Solo noi ci mettiamo venti minuti a slegarle, tra fermi in plastica, elastici porta pacchi, una cinghia spessa, la catena delle bici e il telone con altri legacci. Qualunque ladro perderebbe la voglia. E poi, trovarsi due rottami di biciclette.
Prima di chiuderci nel nostro guscio di metallo, abbiamo fatto il giro di ronda. Ogni scricchiolio, ogni fruscio, anche il canto delle cicale ci faceva drizzare le orecchie. Poi, giù con i catenacci e ogni altra diavoleria di sicurezza che avevamo. Mentre mi affannavo con queste operazioni, vedo un pakistano vagare per la strada, fermarsi e sputare come se fosse il suo sport preferito, poi riprendere il suo giro notturno con la testa tra le nuvole. Gente strana.
Alla fine, il sonno ci ha colto come un pugno in faccia e ci siamo svegliati in una fornace, sudati come maiali, senza capire un accidente di cosa stesse succedendo. Mezzogiorno, macchine ovunque, tutti al parco: genitori con bambini, gente che corre e si allena. Anche noi ci siamo uniti alla mandria, portandoci dietro tutto ciò che aveva un minimo di valore. Passeggiando, parlavamo senza sosta dell’accaduto, cercando di farci forza a vicenda. Non è successo niente, stiamo bene, tutto si sistema. Il nostro nuovo mantra.
Il parco era un’oasi di verde, con oltre 50 specie di alberi e arbusti esotici e subtropicali. Un ruscello con piante acquatiche lo attraversava, sfociando in un lago centrale. Ci siamo seduti sotto un albero a fare le nostre ricerche, cercando di capire le prossime mosse del nostro viaggio.
Verso sera, ci spostiamo verso il mare, in uno spiazzo di terra vicino alla spiaggia. Ci affianchiamo a un camion di un camionista dell’Est Europa, che ci dà un po’ di sicurezza. In lontananza, dietro un muro di canneti, vediamo scene strane, come se ci fosse un armadio che porta a Narnia. Non so cosa ci sia dietro, ma vediamo dei ragazzi impegnati in chissà cosa.
Uno ha uno zaino e va avanti e indietro senza senso, l’altro muove bidoni e sedie e lo vediamo strisciare un materasso per terra e portarlo nel suo mondo fatato. Davanti a noi c’è una roulotte mezza abbandonata, dei cassonetti e una sorta di abitazione in mezzo a un recinto di erbacce e canneti.
Ci rilassiamo facendo una passeggiata sul lungomare, ben tenuto, con i chiringuiti, le case nuove e i campeggi di lusso. Al parcheggio arrivano altri tre camper che si affiancano a noi. Ci sentiamo più sicuri e forse, riusciremo a dormire questa notte.

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